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La leggenda della pulegna

29 Agosto 2012 , Scritto da Alfredo d'Ecclesia

La leggenda della pulegna

La leggenda della pulegna

L’Abbazia di Monte Sacro, forse per la maestosità delle sue vestigia e per la strada impraticabile, ha sempre costituito per i mattinatesi un luogo fitto di mistero, dal quale possibilmente tenersi alla larga.
E quando qualcuno ha provato ad avvicinarsi, tante volte lo ha fatto per arrecare rovina e distruzione.

L’origine di questa inconsapevole avversione va forse ricercata in un strana leggenda della tradizione orale, tramandata di padre in figlio e sapientemente trascritta, nonostante i suoi risvolti non proprio edificanti, da don Salvatore Prencipe nel suo studio monografico dedicato alla nostra Abbazia (1953), poi da Francesco Granatiero, in chiave poetica, in un esercizio giovanile in dialetto in una delle sue opere di esordio “La lunga veglia” (1968).

Che il mistero avvolge da sempre la fine di questa Abbazia è cosa risaputa ed anche i più recenti studi condotti con metodologia scientifica dai ricercatori di Norimberga non sono riusciti a dare spiegazioni plausibili sull’abbandono e il conseguente degrado del sito monastico.

Ecco perché nel riproporre per sommi capi la storiella lugubre raccontata dai nostri nonni per incutere paura a quanti volevano avventurarsi alla volta di un posto così minaccioso, crediamo possibile una lettura dei fatti che compenetri storia documentata e tradizione popolare.

E’ pur vero che a questi potenti monaci, dotati di una imponente biblioteca, si sono da sempre attribuiti fatti strabilianti come la costruzione di un passaggio segreto che da Monte Sacro portava i religiosi a svernare nel conventino pulsanese della Sperlonga, opera che, se fosse vera potrebbe essere iscritta tra le più eccezionali infrastrutture di ingegneria sotterranea.

Ma è altrettanto vero che il periodo in cui i fatti si svolgono, tra il XIV e il XV secolo in cui violenta all’interno della chiesa era la lotta contro le eresie e la stregoneria (per avere un’idea rimandiamo al romanzo di Umberto Eco” Il Nome della Rosa”), porta a ritenere plausibile il verificarsi di un qualche tragico avvenimento che abbia poi in seguito fatto cadere un velo pietoso sino alla sua riscoperta solo nel XIX secolo.


La storia è tra le più brutte e cruente che mi sia capitato di ascoltare e narra di 12 monaci dimoranti all’interno del convento, intenti ognuno alla propria occupazione durante il giorno, ma a sera alla ricerca di qualche diversivo gaudente con il quale riempire il monotono dopo cena.

A capo di questa strana combriccola il monaco maestro, forse la più alta autorità all’interno del cenobio, che si occupava anche dell’istruzione dei poveri figlioli dei villici del circondario.
Questi un giorno, al termine di una lezione, propose ai bambini, per poter imbastire un gioco di portare, l’indomani, ciascuno un preciso oggetto che avrebbero dovuto prelevare all’interno delle proprie abitazioni: così chiese ad uno un coccio rotto, ad un altro un pezzetto di tela, ad un altro una corteccia di cacio.

All’ultimo dei bambini chiese, quasi titubante, una ciocca dei capelli della propria madre, prelevata di nascosto dal pettine col quale usava acconciare le grosse trecce raccolte dietro il capo.
Era questa una donna molto bella e a tanto ben di Dio il nostro monaco non era stato affatto indifferente.

Di qui l’idea del gioco architettato apposta per poter orchestrare oscuri sortilegi.
Il dì seguente tutti i bambini puntualmente consegnarono quanto era stato loro richiesto, ad eccezione dell’ultimo che, invece della prescritta ciocca, mise tra le mani del maestro dei peli strappati ad una capra.

Durante la notte, mentre all’interno del convento i congiurati si preparavano a mettere in atto i loro giochi malefici, dal sacco contenente gli oggetti procurati dai ragazzi, venne fuori un grosso vaglio di capra, una pulegna appunto, che cominciò a roteare nell’aria spaventando i poco santi uomini di chiesa.

Ne seguì un gran parapiglia, al termine del quale, passata la paura, si resero conto dell’inganno subito ad opera del furbo giovincello: furioso il monaco maestro annunciò una punizione esemplare per il dì seguente.

Infatti il poveretto fu punito con il taglio della testa che, magicamente gli venne riattaccata sul collo.
A fine lezione fu rimandato a casa con i sui piedi, ma sua madre vedendolo così bianco e privo di parole lo scosse vigorosamente fino a fargli cadere il capo mozzato che rotolò via lontano.
L’episodio destò grosso scalpore e, denunciato alla Suprema Corte di Giustizia che, acclarate le testimonianze rese dagli altri scolari, decise di provvedere all’arresto dei rei inviando una guarnigione di soldati su Monte Sacro.

Ma i dodici congiurati nel frattempo non erano rimasti con le mani in mano: con l’aiuto del monaco calzolaio si erano dotati di sandali stregati grazie ai quali, pronunciando una parole magica, si libravano in volo, come nei quadri del pittore umbro Norberto.
Si rifugiarono così più in avanti rispetto al loro luogo di residenza e quella contrada da allora si chiamò Coppa d’Avanti.
In varie circostanze riuscirono a sfuggire agli accerchiamenti, sempre grazie al collaudato sistema. Fino a quando non sopravvenne il pentimento del confratello calzolaio il quale, nel confezionare nuove paia di calzature, scolpì al di sotto delle suole una crocetta benedetta.
Durante l’appostamento immediatamente successivo, al comparire del corpo di guardia (nella località oggi nota come Monte la Guardia) il tentativo di fuga si rivelò un inevitabile fallimento: privati dei potenti sandali non riuscirono a sollevarsi in volo come in passato e provarono a scappare a piedi.
Per poco: infatti poco distante furono accerchiati dalle forze dell’ordine e non poterono che imprecare contro chi aveva causato la loro rovina (quel luogo oggi è nomato Monte Ruino).
Con le catene ai polsi furono quindi condotti nella pianura all’ombra di Monte Sacro dove secondo l’uso del tempo un impietoso boia mozzò loro il capo, al pari del crimine da loro commesso ai danni dell’innocente bambino.
Da allora quel posto è chiamato Tagliata in ricordo di quell’infausto tragico giorno.

Verità, leggenda, tentativo di spiegare la toponomastica delle contrade che circondano Monte Sacro?
A distanza di tanti secoli non è dato sapere e solo la ricerca archeologica condotta con metodo scientifico può dare improbabili risposte certe.
Sta di fatto che dai dati fin qui conosciuti molte sono le non certezze su questo misterioso sito archeologico alto medievale a partire dalle situazioni preesistenti, forse un castrum, al rinvenimento dei corpi affiancati in una tomba di un dominus e di una bambina (sua figlia), alla scelta insolita per la costruzione del secondo insediamento in un posto impervio pur avendo a disposizione una distesa pianeggiante, alla strada di accesso scomparsa misteriosamente da secoli, alle evidenti tracce di incendio che, tra le concause che nel corso dei secoli ne hanno determinato la distruzione, potrebbe, perché no, essere il risultato della reazione e della vendetta scaturita dall’infausta storia della pulegna.
Brano tratto da MATInates, mattina tesi si nasce” di Antonio F. P. Latino. Luigi Basso Editore. Mattinata 2007

L’immagine proposta è un quadro con fraticelli volanti, tema caro al pittore umbro Norberto. Galleria di Spello (PG).

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